Dimmi con chi ce l'hai

15/4/09 - Invisibili forme di avvelenamento

Carissima Teresa Blu,

scusami se in questa lettera ti parlerò poco di lavoro e molto di sentimenti. Ti scrivo in un momento particolarmente difficile: ho appena posto fine alla relazione con una persona che ho molto amato, una donna di nome Maddalena che ho incontrato in un periodo di mia particolare fragilità e che per qualche tempo mi ha dato tantissimo affetto, riportando il colore nella mia vita in un momento buio.
Dopo una storia di quasi tre anni, posso dire che Maddalena era una persona capace di grandi attenzioni, ma poteva essere anche di una terribile violenza emotiva, pronta ad usare termini altamente offensivi pur di darsi ragione nei diverbi. Alla fine questi momenti di chiara insofferenza, in cui ogni scusa era buona per darmi addosso, erano diventati la norma, tanto che stavo attentissima a come mi muovevo, a come respiravo.
Per me è stata la prima storia d'amore con una donna, l'ho vissuta con spontaneità. Ma lei aveva tutta una specie di codici da rispettare che io non capivo, ci teneva moltissimo ad apparire in un certo modo in pubblico, un modo che differiva molto da quello che vedevo in privato.
La faccenda è stata complicata dal fatto che io e Maddalena stavamo dando vita ad un progetto congiunto, una piccola società per cui avevamo anche reperito i finanziamenti. Ora è saltato tutto.
Al contempo è come se mi fossi svegliata da un sogno travagliato, e mi rendo conto solo adesso di quanto non mi sentissi più libera, di come fossi arrivata al punto di chiedere il permesso per ogni cosa per prevenire critiche e accuse.
E' stata una storia importante? Senza dubbio, ma al momento come eredità di questa storia mi resta solo un grande serbatoio di stress e di scorrettezza e solo qualche bel ricordo..
Di abusi sono lastricati gli amori. E' davvero così?
Nessuno è perfetto, ma di quanta altrui imperfezione ci si può far carico a discapito di un sano amor proprio?

Maria Giovanna

Secondo quanto riportato da diversi racconti di tradizione orientale fino ad arrivare a Salgari, i baffi di tigre serviti nel cibo, giorno dopo giorno, provocano nel giro di poche settimane una morte lenta e inevitabile. Senza lasciare traccia. Intossicano silenziosamente l'organismo fino a porre fine alla vita.

Si sa che la Sardegna è fra le regioni italiane con più cattedre scolastiche vacanti. Mia sorella Margherita ha ottenuto una supplenza per un intero anno scolastico in una scuola superiore di Nuoro. Lì ha conosciuto Marco, un suo alunno, che un giorno, rispondendo al desiderio di mia sorella di conoscere meglio le tradizioni popolari sarde, le ha portato il libro di sua zia Dolores Turchi, libro dal titolo Ho visto agire s'accabadora. L'Accabadora è una figura misconosciuta della tradizione della Sardegna. Quando la medicalizzazione della vita non era così diffusa, spesso erano le donne a svolgere i ruoli chiave nei momenti cruciali come la nascita e la morte. Le ostetriche e le accabadoras, vale a dire coloro che praticavano un tempo l'eutanasia. Quando non c'era più speranza e l'unico mezzo per porre fine all'atroce agonia di un malato era una morte che tardava a sopraggiungere, intervenivano queste donne a porre fine al dolore.

Cara Maria Giovanna, talvolta è vero che le relazioni d'amore sono fragili per paura della propria fragilità, e per questo le sue vie risultano alla fine lastricate di abusi sottili e impercettibili come i baffi di tigre inseriti nelle pietanze, che si ingeriscono inconsapevolmente giorno dopo giorno fino a che il rapporto è già inesorabilmente avvelenato ed è troppo tardi per fare qualunque tentativo di recupero. I bei ricordi torneranno. L'eutanasia dell'accabadora interviene quando ormai non c'è più nulla da fare. Come dice il mio amico Luca, il compromesso è uno strumento difficile da dosare: dai per scontato che andare quanto più possibile incontro all'altra persona sia una pratica positiva, fino a che non scopri che di te non è rimasto più nulla, che a furia di smussare gli angoli sei diventata tonda.

Nella foto: strumenti dell'accabadora su un letto sardo; tratto da: contusu.it


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